Siamo masochisti? Ci piace forse soffrire? La vita già non è già tanto difficile anche senza che ci si mettano i videogiochi? E allora perché tutta questa passione per i giochi difficili?
Benvenuti al nostro nuovo listone Top 10 Giochi difficili, grazie al quale proveremo a dare una risposta a tutte questo domande.

Proviamo, intanto, a capire quando un gioco si può dire difficile… vediamo… intanto, possiamo garantirvi che i giochi difficili non sono quelli con cui gli sviluppatori si vendicano sul mondo delle angherie che hanno subito al liceo, ma che un gioco per essere considerato difficile deve essere, prima di tutto, “onesto”: deve concedere al giocatore la possibilità, ricorrendo a tutta la sua abilità, di poter avere la meglio.

Ok, questo ci aiuta, ma ancora non basta… ci sono scuole di pensiero che ricorrono a grafici, equazioni e altri fattori matematici per decidere se un gioco è difficile o meno, ma a noi non piace come approccio… ecco, probabilmente a noi piace credere che in un gioco difficile conti più l’esperienza che fa il giocatore di quella che ottiene il personaggio, che a crescere non sia solo un numerino che cambia le statistiche e che modifica così le possibilità di superare un ostacolo, ma cresca soprattutto, grazie anche ai fallimenti, chi il pad lo tiene in mano.

Con questa premessa e tenendo, andiamo ad affrontare il nostro listone:

Parlando di giochi difficili, come non iniziare con Dark Souls (10)? Non si può, vero? Dark Souls, ovviamente, non è il primo gioco difficile della storia ma ha avuto l’indubbio merito di rimettere al centro del mercato i giochi che puntano a far alzare l’asticella al giocatore. Il gioco From Software porta avanti il discorso iniziato dalla casa nipponica con Demon’s Souls e, come vi abbiamo detto in altre sedi, la difficoltà non è il piatto principale, ma una scelta di design che serve per rendere più affascinante la caratteristica primaria del gioco: l’esplorazione. Anche se molti lo additano come tale, Dark Souls non è affatto un gioco disonesto, anzi, tende solo a punire i giocatori distratti che corrono a spada sguainata come se fossero in un Call of Duty qualsiasi. Un giocatore che non vuole morire gonfio a più riprese, invece, affronta il gioco con tutta l’attenzione del caso, leggendo gli indizi di cui il gioco è disseminato. Perché è vero che lo sviluppatore che ha messo quello scheletro dietro al muro è un po’ bastardo, ma tu che gli corri addosso ansioso di farti tagliare in due sei un po’ un faggiano.

Da quando è uscito Dark Souls, sono cominciati a nascere i suoi figlioletti, grazie soprattutto al mercato indie che ha preso la formula From Software e l’ha ibdridata con quella creata da due mostri del passato, Metroid e Castelvania, e che i più conoscono come Metroidvania!

Partiamo da Metroid (9): nato nel 1986 su Nintendo Famicon (sempre sia lodato), Metroid è un platform/sparatutto in due dimensioni di ambientazione fantascientifica e sin da subito si è distinta per una grossa rivoluzione culturale: è stato uno dei primi giochi ad avere una donna, chiamata Samus Aran, come protagonista (alla faccia tua, Lara!) La caratteristica principale del gioco, che poi riprenderà anche Castelvania, è quella di creare una mappa di sezioni interconnesse perlustrabili in maniera non lineare e che il giocatore è incoraggiato ad esplorare, andando alla ricerca di un qualsiasi tipo di aiuto per evitare di fare una finaccia con i boss (come vedete, anche Dark Souls non si è inventato niente).
Su questo stesso impianto, come vi accennavamo, nasce nello stesso anno Castelvania (8), lunga saga dei Belmont, famiglia di cacciatore di vampiri. Personalmente, per ambientazione e qualità artistica, preferiamo questa serie a Metroid, ma qui si tratta veramente di gusti. Quello che indubbio è che i ragazzi di Konami hanno fatto un lavoro mostruoso per trasferire nel loro videogioco tutto il fascino dell’ambientazione del Dracula di Bram Stoker. Qui è ancora più difficile scegliere un capitolo rappresentativo, visto quanti ne sono usciti, ma se qualcuno ci puntasse una pistola alla testa diremmo Symphony of the night, primo capitolo in cui vengono introdotte, a fianco di quelle che hanno reso celebre la serie, delle caratteristiche da gioco di ruolo, e il motivo sarebbe molto semplice: Alucard si è guadagnato di diritto uno spazio tra i personaggi più iconici dei videogiochi.
Passiamo quindi alle posizione successive e andiamo a vedere chi sono i figli dell’accoppiamento tra Dark Souls e i Metroidvania; ce ne sarebbero tantissimi (tanti da farci un video solo per loro) ma intanto vi presentiamo i nostri preferiti: Salt & Sanctuary (7) e Hollow Knight.

Entrambi i giochi sposano appieno le logiche dei Metroidvania, partendo dalle due dimensioni per arrivare all’esplorazione non lineare, ma riescono a personalizzarle in un modo tale da non risultare ridondanti.
Salt & Sanctuary si avvicina un po’ di più a Dark Souls, fonte di ispirazione dichiarata della coppia che ha programmato il gioco. Le caratteristiche in comune tra i giochi vanno ricercate, oltre che alla pazienza che ci vuole per non prendere gli sganassoni che lasciano i segni nell’anima, anche nel modo in cui viene portata avanti la narrazione: oggetti, altari, patti sono tutti fonte di informazioni preziose per ricostruire il mondo di gioco. Il fascino di questo Dark Souls in 2d è fuori discussione, soprattutto se pensate che potete portarlo sempre con voi grazie alla versione per Switch, e deve la sua fortuna sia al gameplay che alla immagine create grazie al 2D hand drawn visuals, che per farla breve vuol dire che sembrano disegnate a mano.

L’altra piccola gemma, Hollow Knight (6), è la nostra cosa favorita del momento: ci piace perderci in questo mondo fatto di insetti (state buoni, fatemi spiegare meglio) e non vorremmo uscirne mai. La storia del nostro cavaliere (una sorta di scarabeo cornuto) è ambientata ad Hallownest, un antico regno degli insetti oramai abbandonato, e il nostro obiettivo sarà esplorarlo tutto e, anche qui, attraverso una narrazione non lineare, sussurrata più che spiegata, arrivare alla radice del problema. La cosa che ci affascina di questo titolo è la profondità e la semplicità del sistema di controllo, che rende il saltare da piattaforma a piattaforma un vero piacere (sempre passando attraverso un elevato numero di morti, ovviamente).

Non di soli metroidvania si vive: anche i platform ci tengono ad avere degli esponenti in grado di far invocare divinità ormai dimenticate al giocatore.

Elemento di spicco di questa categoria è Super Meat Boy (5)...e adesso come ve lo spiego cos’è ‘sto gioco? Vabbè, io ci provo, ma voi guardate le immagini dietro che fate prima: un pezzo di carne deve salvare la sua fidanzata pezzo di carne dalle grinfie del Dottor Fetus che, nel caso ve lo stiate chiedendo, è proprio un feto… bello no? Bello un cacchio, diciamo noi, perché la vostra pazienza sarà messa a dura prova dai brevi ma letali livelli, popolati da lame, lame mobili, lame rotanti, altre lame e boss infami. La cosa più bella di tutte? Essendo voi un pezzo di carne, il vostro saltare di piattaforma in piattaforma e di muro in muro, lascerà ovunque delle belle strisce di sangue.

Sento che la vostra voglia di soffrire non ha ancora trovato soddisfazione e che volete qualcosa di più corposo di questi, pur bellissimi, giochi indie… torniamo, allora, in casa From Software, stavolta con quello che per noi è il loro capolavoro assoluto: Bloodborne (4).
Come vi abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, Bloodborne è la miglior trasposizione dei racconti di Lovecraft che potrete trovare nei videogiochi (ma anche in altri media): brutti mostri nati dalla mente di uno che ha mangiato una peperonata di troppo, entità cosmiche, divinità antiche, tutto questo accomuna lo scrittore di Providence al capolavoro esclusiva Sony. Per Bloodborne, ovviamente, vale tutto quanto abbiamo detto per Dark Souls, ma guai a scambiarlo per un clone, visto che i due giochi si affrontano in maniera totalmente diversa, grazie alla scomparsa degli scudi: avremo con noi, infatti, solo un’arma da fuoco secondaria con cui bloccare gli attacchi e fare parry agli avversari, senza altra protezioni tra i loro artigli e il nostro petto. Questa modifica del gameplay và a braccetto con la possibilità di recuperare energia ferendo i nemici, elemento che rende il tutto molto più frenetico rispetto a Dark Souls.
Se non siete impazziti dall’incontro con Bloodborne, forse vi interessa cambiare un po’ le atmosfere, ma state tranquilli perché le imprecazioni saranno sempre le stesse: signore e signori, ecco a voi Crash Bandicoot (3)!

Il viaggio tra le Isole Wumpa alla ricerca del Dottor Cortex, infatti, sarà tutto fuorché una passeggiata per il nostro marsupiale preferito, a causa dei molteplici ostacoli che dovremmo saltare/evitare/prendere in faccia se non siamo abbastanza veloci disseminati per i livelli.
Paradossalmente, l’elemento meno difficile del gioco sono i boss che si imparano a gestire in fretta; per il resto, alcuni livelli rappresentano un grosso grattacapo ma regalano grosse soddisfazioni una volta superati. Una piccola curiosità: alcuni livelli non furono inclusi nella versione finale del gioco a causa dell’elevata difficoltà! Chi li aveva pensati, evidentemente, aveva dei conti in sospeso con il genere umano!

Abbiate ancora un attimo di pazienza e lasciateci chiudere tornando a due giochi storici che hanno cambiato la storia del media e hanno settato lo standard per i giochi difficili.

Cominciamo con Mega man, creatura di Capcom nata nell’87 e che conta 11 iterazioni e altri spin-off. Da più parti Mega Man 9 (2) viene indicato il più difficile della saga tanto da essere accusato di essere parecchio frustrante; le critiche dell’epoca, comunque, furono più che benevole, stimolate in larga parte dello stile retrò adottato per lo sviluppo: si decise infatti di adottare una grafica ad 8 bit che rimandasse ai grandi del passato (in particolar modo, al suo amatissimo predecessore Mega Man 2).

Lasciateci finalmente chiudere con il gioco che può essere considerato il padre putativo di Dark Souls: Ghost ‘n’ Goblins!
Erano i lontani anni ‘80 (il gioco uscì nel 1985) e io, a causa, di Ghost’n’Goblins:

  • Imparai a mettere in dubbio l’onore della mamma di un altro essere umano
  • Sperperai un capitale in monetine che non voglio nemmeno provare a contare per non soffrire
  • Venni a conoscenza della figura del secchione da sala giochi, quel losco figuro che si appollaiava alle tue spalle e ti diceva che stavi sbagliando tutto e che avesti dovuto fare così, così e cosà

Nonostante i ripetuti fallimenti (non riuscii mai a finire il gioco), il cavaliere Arthur fu comunque il compagno di mille battaglie, lo guidai contro lo zombie, poi contro lo zombie e alla fine contro lo zombie… vabbè, avrete capito che ero un po’ scarso e non andai mai molto avanti, ma Ghost’n’Goblins lo amo lo stesso!

Su queste scabrose confessioni io vi saluto e vi ricordo di mettere il Mi piace al canale, ma soprattutto di lasciarci un feedback per migliorare il nostro lavoro.

Al prossimo listone!



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