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Dalla Cina limiti ai videogame per i minorenni

La Cina ha deciso di limitare l’accesso ai videogame per i minorenni, con l’introduzione di una sorta di coprifuoco virtuale

La Cina ha deciso di limitare l’accesso ai videogame per i minorenni, con l’introduzione di una sorta di coprifuoco virtuale. Dopo le 22:00 se si hanno meno di 18 anni non si potrà più giocare online.

Proprio nei giorni scorsi un diciassettenne tailandese è morto di infarto dopo aver passato tutta la notte giocando dalla sua camera. Senza dubbio si tratta di un caso estremo, ma che non va sottovalutato, visto che anche se spesso con risultati meno tragici, la dipendenza sviluppata da molti giovani nei confronti di popolari videogame è senza dubbio un problema non da poco.

I genitori dovrebbero vigilare e intervenire al primo segnale, ma non sempre è facile farlo. Il mondo in cui vivono i ragazzi è spesso veramente lontano e di difficile comprensione per gli adulti, per quanto a loro vicini. Ecco quindi l’idea cinese di limitare l’accesso ai giochi a chi ha meno di 18 anni. In particolare per i minorenni sarà impossibile giocare dalle 10 di sera alle 8 di mattina. Si potrà giocare solo 90 minuti al giorno nei giorni feriali e 3 ore al giorno in quelli festivi e nei fine settimana. Ci sarà anche un limite di spesa, per l’acquisto di abiti e accessori virtuali, fissato a 57 dollari mensili.

Il Governo Cinese non è noto per la sua trasparenza, ha più volte tentato, spesso va detto anche riuscendoci, di censurare anche grandi realtà come Google e Facebook e per questo non gode di grande simpatia tra i paladini della libertà digitale. Libertà di informazione, di espressione, di essere chi si vuole e di giocare come e quanto si desidera. Effettivamente però ai bambini servono regole e se il controllo non viene fatto dalle famiglie o dalla scuola, ecco che non è poi così assurdo prevederlo da parte delle piattaforme di gioco o dei gestori della rete.

L’idea farà certamente discutere a lungo e molti ragazzi riusciranno comunque ad aggirare limiti e divieti, ma è positivo che si parli di questi temi e che si cerchino modi per affrontarli, anche se non è detto affatto che la strada percorsa in Cina sia la migliore possibile.

Restando in Asia c’è un Paese, il Giappone, dove comunque il numero di videogiocatori giovani e giovanissimi è molto elevato, che ha però un approccio diametralmente opposto e vede il gioco come possibile strumento formativo. Specifiche attività video ludiche, secondo gli esperti nipponici, possono affinare le capacità dei bambini, sviluppare il pensiero critico e le capacità decisionali, anche sotto stress. Il gioco può diventare una scuola di vita, servire alla crescita emotiva e alcune scuole sostengono l’idea proponendo in genere nelle prime ore di lezione, attività che spingono i giovanissimi proprio a giocare.

C’è poi la grande tematica degli eSports, che in alcuni Paesi, come appunto il Giappone, sempre più spesso rappresentano un interessante sbocco occupazionale per i ragazzi che amano i videogame e sanno giocarci bene. Si parla spesso di scuola che non prepara adeguatamente al mondo del lavoro: insegnare a giocare ai video giochi in classe potrebbe dare nuovi sbocchi lavorativi, senza dubbio graditi dai giovanissimi.

L’industria video ludica è in costante crescita ed evoluzione, c’è chi la demonizza, chi ne vede infinite positive possibilità. Giocare, come ogni altra cosa, può causare dipendenza e spesso spinge tanti ragazzi in un pericoloso isolamento. Il gioco non va assolutamente criminalizzato, ma serve maggiore consapevolezza su questi temi, da parte dei produttori, delle famiglie, della scuola e di tutta la società, che non può lasciare soli i più piccoli davanti ad uno schermo e poi stupirsi quando qualcosa finisce tragicamente nel peggiore dei modi.

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